( Alberto Lorusso*) Sabato ho partecipato a un evento organizzato dall’attuale Amministrazione comunale. A margine, mi sono fermato a scambiare qualche parola con alcuni esponenti della Maggioranza — di cui non dirò i nomi: se lo vorranno, potranno rivelarsi loro. Ho parlato con semplicità, in modo diretto, come credo si debba fare quando si ama la propria città. Ho espresso quello che vedo e che, credo, vedono tutti: Verona soffre. Soffre di incuria, di ritardi, di scelte mancate. E di buche — in senso letterale e metaforico.
Quando ho fatto notare il problema delle strade dissestate, mi è stato risposto che la colpa sarebbe delle precedenti Amministrazioni, che non avrebbero vigilato sull’esecuzione dei lavori. A detta loro, l’asfalto sarebbe stato steso con uno spessore inferiore a quello previsto dai contratti. Ora, se davvero fosse così, la Procura della Repubblica ne è stata notiziata? Ma, al di là di questo, quella risposta rivela qualcosa di più profondo: la mancanza, da parte di chi fa politica oggi, di senso della realtà. Anche ammesso che l’origine del problema sia quella, una volta che me l’hai spiegato, la buca resta lì.
Io, cittadino, non sto chiedendo spiegazioni: sto chiedendo interventi. È come se, mentre affetto le cipolle, mi tagliassi, andassi al Pronto Soccorso e il medico, invece di mettermi i punti, mi mandasse via spiegandomi che “maneggiando un coltello è possibile tagliarsi”. Ai cittadini non interessa il motivo per cui un problema esiste: interessa che venga risolto. Molti politici sembrano non capire che la loro permanenza al vertice non è lo scopo, ma lo strumento per raggiungere risultati.
Il problema è la buca
Quando si difendono come ho sentito fare sabato, rivelano di non aver chiaro questo principio elementare. Ecco la distanza che separa la vita di noi cittadini da quella dei politici: vivono in un’altra dimensione. Non capiscono che il problema non è la delibera, né il colore politico di chi firma una proposta, né l’indice di gradimento o il sondaggio. Il problema è la buca. Perché una buca non diventa meno buca se mi dai una spiegazione convincente del perché si è creata: resta una buca. E finché resta lì, la giustificazione è solo una distrazione.
Questo è il tratto tipico di una politica insensata e autoreferenziale, che considera sé stessa un fine e non un mezzo: si assolve da sola, raccontando le cause, invece di agire sulle conseguenze. E, nel frattempo, i cittadini annegano. Io credo, invece, che l’Amministrazione pubblica sia — e debba tornare a essere — uno strumento di servizio. Chi amministra non deve spiegare, deve risolvere. Non deve proteggere sé stesso, ma la città. Non deve costruire alibi, ma risultati.
Questo è, per me, lo spirito del servizio pubblico: la concretezza delle soluzioni, non la dialettica delle scuse. Ecco la differenza tra chi fa politica per sé e chi la fa per gli altri. Verona ha bisogno di questo: di persone che vedano la buca e prendano la pala, non il microfono. Il resto sono solo parole.
Per riportare la gente alle urne bisogna introdurre le preferenze
( Paolo Danieli ) Dopo 3 anni di governo Meloni la riforma elettorale non è ancora partita. I solitamente ben informati dicono che dovrebbe andare alle Camere entro la metà del 2026. Speriamo, perché non è più rinviabile. Lo dice l’affluenza alle urne che è in calo ad ogni elezione. Non ci vuole un politologo per capire che la disaffezione al voto è destinata a crescere se la politica non vi pone rimedio. L’astensionismo è una malattia della democrazia.
L’aula della Camera
.
Lo conferma la preoccupazione che viene espressa da tutte le parti politiche ogni volta che si constata la diminuzione dei votanti. E va demolito il luogo comune secondo il quale sarebbe normale nelle democrazie, come avviene negli Usa, che sia solo una minoranza a votare.
Un paese non è democratico per il solo fatto che lo è di nome. Se è solo una parte minoritaria dei cittadini che vota significa accettare che governi una minoranza. Il che contraddice il fondamentale principio della sovranità popolare. Una democrazia è reale se esiste la partecipazione al voto. Altrimenti viene svuotata nella sua stessa essenza. Quelle dove alle urne va una parte minoritaria degli elettori sono democrazie malate.
Perché la gente non va a votare?
Per curare la malattia dell’astensionismo però bisogna porsi una prima domanda: perché la gente non va a votare? Una parte, ma irrilevante, degli aventi diritto al voto rifiuta il sistema in sé. I più invece non vanno a votare perché lo ritengono inutile. ‘Che io voti o no – ragionano- non cambia nulla. Perciò non mi prendo neanche la briga di perdere mezz’ora del mio tempo per andare al seggio’.
Perché la gente ritiene inutile il voto?
Di qui la seconda domanda: perché ritengono inutile il voto? Perché hanno visto che non incidono. E soprattutto perché non possono scegliere chi li rappresenta.Alle elezioni politiche, che sono le più importanti, non si può esprimere la preferenza. I parlamentari sono di fatto dei nominati dai capi partito che li scelgono secondo le loro necessità. Una volta eletti devono essere obbedienti e non porre problemi. Devono essere dei soldatini che premano i bottoni secondo gli ordini del capogruppo. Poco importa se nel loro collegio non sono conosciuti e riconosciuti.
Avviene così che quelli che dovrebbero essere i rappresentanti dei cittadini a Roma non hanno bisogno del consenso. Così si disinteressano dei problemi del territorio. A loro interessa solo compiacere il capo per essere poi ricandidati. In pratica non rispondono a chi gli ha dato i voti, ma a chi li ha messi in lista.
Questa situazione comporta che aumenti la distanza fra cittadini e istituzioni, che non ci sia più corrispondenza fra eletti ed elettori. I parlamentari, di qualunque colore, non avendo la necessità di essere scelti dai cittadini si disinteressano dei loro problemi e di fatto non li rappresentano più. E questo per la democrazia è un danno grave.
Meloni al Senato
E’ per questi motivi che per riportare la gente alle urne è necessario cambiare la legge elettorale introducendo le preferenze. E’ pur vero, come qualcuno può obiettare, che alle europee, alle comunali e alle regionali le preferenze ci sono ma c’è anche l’astensione. Ma sono elezioni con dinamiche diverse. Le prime, lontane dalla gente, le altre risentono di fattori locali. Ma sono le politiche quelle più rilevanti dal punto di vista della tenuta democratica del paese. E’ in Parlamento che si fanno le leggi che poi incidono nella vita di tutti noi.
Qualche mese fa Giorgia Meloni si era espressa per introdurre le preferenze. Ma poi s’è dovuta occupare d’altro. Ha ancora 2 anni di tempo. Prima lo fa, meglio è.
(Angelo Paratico) Papa Leone XIV riceverà domani, giovedì, i reali d’Inghilterra Carlo III e Camilla in udienza privata. Successivamente Carlo incontrerà il Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, mentre Camilla visiterà la cappella Paolina.
I reali saranno accompagnati nella loro visita alla Santa Sede, dall’arcivescovo di York Stephen Cottrell (seconda carica più importante della Chiesa d’Inghilterra dopo l’arcivescovo di Canterbury). La sede di Canterbury è al momento vacante: la nuova arcivescova Sarah Mullally è stata nominata il 3 ottobre ma prenderà possesso dell’arcidiocesi nel marzo 2026. Ad accompagnarli anche il moderatore supremo dell’assemblea generale della Chiesa di Scozia Rosie Frew.
Carlo è il primo re inglese a pregare pubblicamente con il Papa
Re Carlo sarà il primo monarca regnante inglese a pregare pubblicamente con il Papa, da quando Enrico VIII si separò della Chiesa di Roma nel 1534. La visita è considerata un “momento significativo” nelle relazioni tra la Chiesa cattolica e la Chiesa d’Inghilterra, di cui Carlo è governatore supremo.
L’unico Papa inglese nella storia della Chiesa è stato Adriano IV. Un grande Pontefice, quasi sconosciuto anche in Inghilterra. La Gingko Edizioni di Verona ha tradotto e pubblicato questo libro di storia, che si legge come un romanzo.
Nicola Breakspear, nato attorno al 1100 e morto nel 1159, fu eletto Papa nel 1154 e scelse Adriano IV come suo nome pontificale. Essere eletto Papa è un successo in qualsiasi momento della storia, ma essere stato eletto in un momento in cui tutta l’Europa, sovrani inclusi, erano sotto all’influenza papale, lo è ancora di più. Par quasi incredibile che un tale onore potesse spettare a un inglese di umilissime origini, squattrinato e che non godette di alcun patronato sino alla sua maturità. Nicola Breakspear era nato in un villaggio, oggi noto come Abbots Langley, nel Hertfordshire e fu probabilmente illegittimo, eppure fu eletto Papa all’unanimità dai cardinali.
Nonostante questo grande riconoscimento, i suoi connazionali sembrano averlo completamente dimenticato. Gli irlandesi, invece, lo accusano, ingiustamente, di aver permesso al re d’Inghilterra d’invadere le loro terre. In Norvegia e Svezia viene ancora amato e rispettato. Fatta eccezione per un cameo di settantotto pagine scritto da Simon Webb nel 2016 e una collezione di saggi accademici redatta da Brenda Bolton e Anne J. Duggan nel 2003, non era mai stata pubblicata alcuna biografia su Breakspear, dopo quella, incompleta, scritta da Edith Almedingen nel 1925.
La maggior parte degli inglesi conoscono San Thomas Becket, suo contemporaneo e arcivescovo di Canterbury, eppure pochi sanno qualcosa di Nicola Breakspear, sebbene la sua storia sia ancora più notevole di quella del coraggioso arcivescovo normanno, immortalato da T.S. Eliot.
L’imperatore Barbarossa, grande nemico di Adriano IV
Non è facile spiegare il relativo abbandono in cui è caduta tra noi la memoria di questo grande inglese e grande Papa, ma vi sono ragioni per questa dimenticanza.
In un’epoca in cui i poteri della Chiesa e dello Stato erano intrecciati, il sostegno del Papa era cruciale per la politica di una nazione. Guglielmo il Conquistatore invase l’Inghilterra nel 1066 con il pieno appoggio papale. Guglielmo I di Sicilia sconfisse le forze di Papa Adriano IV in battaglia, ma gli concesse comunque condizioni generose in cambio del riconoscimento papale del suo titolo di re. Persino il potente imperatore Federico Barbarossa di Germania, intento a ristabilire l’autorità decaduta dell’Impero Romano in Italia, desiderava ardentemente il sostegno papale. Voleva disperatamente rafforzare la sua posizione in Germania facendosi incoronare da Papa Adriano IV a Roma.
Il fatto che Adriano IV si oppose al potente imperatore Federico Barbarossa, e che il suo papato durò meno di cinque anni, mentre Federico Barbarossa dominò l’Europa per trentacinque anni, lo lasciò vulnerabile alla contro-propaganda imperiale successiva agli avvenimenti. Inoltre, lo scisma papale alla morte di Adriano nel 1159, alimentò ulteriormente i pregiudizi e la sua storia completa non è stata mai narrata in modo equo.
Forse Adriano IV ricevette meno attenzione perché, quando gli scrittori dal XVIII secolo in poi iniziarono ad analizzare la sua storia, la memoria di Breakspear in Inghilterra venne soppressa insieme alla Chiesa Romana. Breakspear fu un ecclesiastico devoto e, sebbene l’eredità che ci ha lasciato non riguardi la liturgia o le minuzie del diritto canonico, la sua esclusione dalla storia è ingiustificabile. Adriano IV fu uno dei grandi papi del XII secolo ed esercitò grande influenza sugli affari politici dell’Europa, guidando eserciti in battaglia e creando e disfacendo gli Stati e i loro governanti. Sotto di lui fu giustiziato Arnaldo da Brescia, ma i dettagli sulla sua fine e su chi effettivamente diede quell’ ordine non sono chiari.
Nella biografia di Ottone di Frisinga su Federico, che fu portata avanti da Rahewin dopo il 1157, gli scontri tra Adriano IV e Federico Barbarossa dominano la narrazione. Entrambi i biografi condividevano il punto di vista di Federico, ma ci dicono molto su eventi di cui altrimenti non sapremmo nulla. Dalla sua povera culla nell’Hertfordshire alla sua sontuosa tomba, nelle Grotte Vaticane, a Roma, la vita di Breakspear fu un avventuroso viaggio. Nell’Europa del XII secolo esisteva un’effettiva libertà di movimento, soprattutto per gli studiosi e gli ecclesiastici.
Suo padre fu un camerario presso all’Abbazia di St Albans ed ebbe almeno un fratello, di sua mamma non sappiamo nulla. Una volta cresciuto gli venne rifiutato un posto in quell’abbazia e Nicola partì per la Francia, dove le sue doti di memoria e di fermezza vennero presto notate. Divenne rapidamente l’abate in una abbazia di Agostiniani in Provenza e poi fu notato da papa Eugenio III, che lo spedì prima in Catalogna per una crociata contro i musulmani che la occupavano e poi in Norvegia e Svezia dove riuscì a riappacificare quelle nazioni. I suoi successi diplomatici fuori dall’Italia lo fecero arrivare al soglio papale, che lui poi descrisse come “coperto di spine”.
Il suo motto fu “I miei occhi sono rivolti al Signore” e le sue spine furono gli scontri per contenere l’ambizione di Federico Barbarossa e dei soldati tedeschi. L’apice di tali incomprensioni lo raggiunsero durante il loro incontro a Sutri, l’8 giugno del 1155, quando il Papa arrivò con i cardinali su di un cavallo bianco e, secondo il protocollo che risaliva a Costantino, Federico Barbarossa, sotto gli occhi del suo esercito, avrebbe dovuto reggere la staffa della cavalcatura di Adriano IV, ma si rifiutò di farlo, dicendo di non essere uno stalliere.
Il Papa insistette, rifiutando compromessi e dopo alcuni minuti di crescente tensione, Adriano smontò dal suo cavallo e, scuro in volto, entrò nella tenda imperiale ma tenne il punto, rifiutando di dargli il bacio della pace, finché Federico non avesse accettato di tenergli la staffa. Federico rifiutò e allora Adriano s’alzò e abbandonò l’incontro. Questa oggi pare essere una questione insignificante ma se Adriano avesse accettato quella prepotenza, non avrebbe più avuto una sua autonomia.
( o.a.) Verona continua a scivolare verso l’irrilevanza. Una prospettiva deprimente. Il moto sul piano inclinato pare inarrestabile. Troppo lungo l’elenco di quello che abbiamo perso negli ultimi 20 anni. I veronesi lo sanno. O almeno lo dovrebbero sapere. Sennò peggio per loro. Significherebbe ignorare volontariamente quello che avviene sulle loro teste.
Ma chi al futuro di Verona e della sua provincia ci tiene, sa bene quante foglie siano cadute con la politica del carciofo voluta o accettata dalla classe dirigente, imprenditoriale e politica.
Un esempio è che mentre gli industriali di Treviso, Padova, Venezia, Belluno e Rovigo si sono costituiti in una loroConfindustria Veneto Est, Perché quelli di Verona non ne hanno messo in piedi una assieme a Vicenza in alternativa?
Le occasioni perdute da Verona
Alle foglie perse s’aggiungono le occasioni perdute.
Enorme quella dell’aeroporto, finito nelle mani della concorrenza con il silenzio/assenso della politica e degli imprenditori. Solo una lieve protesta da parte della Fondazione Cariverona. Però presto rientrata.
Un’altra occasione perduta si chiama Intel, la multinazionale Usa che avrebbe dovuto aprire, con i buoni uffici del Ministro dell’Industria, una sua succursale nell’aerea, dalle parti di Trevenzuolo, dove avrebbe dovuto sorgere un autodromo (?!). Ma gli americani hanno preferito la Germania. Allora il ministro Urso ha cercato di sostituirla con una concorrente di Singapore. Ma anche questa è andata buca.
L’ultima occasione perduta in ordine di tempo è stata quella della candidatura alla presidenza della Regione che da mezzo secolo è nelle mani del triangolo di potere Padova-Venezia-Treviso.
Considerate le labili differenze tra i partiti, sarebbe stato bello che la politica veronese facesse squadra per portare a casa questo risultato. Che non significa solo prestigio. Fiumi di denaro sono arrivati nel Veneto Orientale durante la presidenza Zaia e, prima, di Galan. Qua poco niente.
Zaia e Stefani
Invece il tavolo nazionale formato dai leader del centrodestra, ha scelto un altro padovano. Forse nemmeno ha preso in considerazione una candidatura veronese. O, semplicemente, non è neanche stata proposta. Così, minimo per altri 10 anni, Verona resterà periferia del Veneto. Continuando a scivolare verso l’irrilevanza.
(Simone Vesentini*) È partita il 18 ottobre la Festa del Marrone di San Zeno di Montagna, che fino al 2 novembre animerà il comune del Baldo con profumi di brace, mercatini e piatti d’autunno.
Un appuntamento che celebra un frutto prezioso il Marrone di San Zeno DOP e, con lui, il senso profondo di tutte le piccole DOP italiane: produzioni autentiche e spesso familiari che tengono viva la memoria di un territorio.
Come molte DOP di nicchia, anche quella del marrone veronese affronta la sfida di restare sostenibile in un mercato che chiede quantità e regolarità. Le piccole DOP nascono da filiere minime, raccolti stagionali e lavorazioni artigianali, lontane dai numeri dei grandi consorzi come il Parmigiano o il Prosciutto di Parma.
Per la grande distribuzione sono quindi prodotti troppo ”limitanti”: costosi da raccontare e difficili da veicolare sul mercato. Ció che per il mercato di massa è un limite, per la ristorazione puó diventare invece valore: i ristoranti più attenti trovano qui la possibilità di distinguersi e di raccontare i sapori della Verona più autentica.
Eppure, anche la passione ha bisogno di organizzazione. Perché un’eccellenza per restare sul mercato deve essere reperibile e distribuita tramite un sistema condiviso tra produttori, istituzioni e chi li utilizza.
Solo così la tutela dei prodotti locali potrà davvero arrivare alle tavole, trasformandosi da simbolo a racconto, da marchio a emozione.
(Angelo Paratico) La polizia ha fatto chiudere il Louvre di Parigi. Il colpo “è durato solo sette minuti “, ha detto, parlando a France Inter, il ministro dell’Interno francese Laurent Nuñez, secondo il quale si tratta “chiaramente di una banda che aveva effettuato dei sopralluoghi” sul posto. I ladri hanno usato un montacarichi e delle seghe elettriche per entrare e tagliare le finestre.
Imperatrice Giuseppina, moglie di Napoleone
I ladri hanno rubato nove pezzi della collezione di gioielli di Napoleone e dell’Imperatrice Giuseppina, tra cui una collana, una spilla e una tiara. Pare che abbiano perso per strada una corona appartenuta all’imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III. Questi gioielli sono troppo famosi per essere rivenduti e il grande rischio ora è che potrebbero finire distrutti, estraendo le gemme preziose e poi fondendo l’oro che oramai ha raggiunto la quotazione di più di 4000 dollari all’oncia. Torna alla mente un altro grande furto messo a segno al Louvre, accaduto il 21 agosto 1911, quando l’operaio Vincenzo Peruggia, nativo di Dumenza, in provincia di Varese, rubò la Gioconda. Descriviamo questa complessa storia della quale pochi conoscono i dettagli. Quella mattina entrò al Louvre, aprì la teca protettiva che lui stesso come operaio aveva montato e si portò via quella celebre tavola di legno, tenendola nascosta sotto al cappotto. Ne parlò tutto il mondo. Il poeta Guillaume Apollinaire, trovatosi impaniato in un complicato giro di articoli e di insinuazioni, fu arrestato per due giorni, accusato di aver rubato l’opera, un’esperienza che lo traumatizzò per il resto della vita, e anche Pablo Picasso fu interrogato dalla polizia francese assieme a centinaia di altri sospettati. Nel frattempo, per riempire lo spazio vuoto lasciato dalla Gioconda sul muro appesero la Donna con una perla di Camille Corot, ispirato proprio dalla Gioconda. Peruggia tentò poi di rivendere il dipinto al mercante londinese Henry Duveen, e poi al milionario americano J.P. Morgan, ma entrambi non lo presero sul serio.
Napoleone sul Ponte di Arcole, presso Verona
Due anni dopo, Peruggia si recò a Firenze e nella sua camera d’albergo, il Tripoli-Italia, mostrò la Gioconda all’antiquario Alfredo Geri, al quale aveva già scritto, firmandosi Vincent Leonard, e tentò di vendergli il quadro per mezzo milione di lire. Geri aveva avvertito il direttore del Museo degli Uffizi, Giovanni Poggi, il quale, dopo aver visto il ritratto, lo autenticò e se lo fece prestare “per mostrarlo a un esperto”. Nell’uscire dall’albergo, Geri e Poggi vennero fermati da una guardia che sospettava stessero rubando una delle croste che arredavano le stanze di quella bettola, vista la Gioconda si tranquillizzò e li lasciò andare. Giunto agli Uffizi, Giovanni Poggi chiamò i carabinieri che andarono ad arrestare Peruggia nella sua cameretta, dove sonnecchiava. Fu imprigionato, processato e condannato a più di un anno di reclusione, poi ridotto a sette mesi, perché nel frattempo l’opinione pubblica, ignorando la sua richiesta di denaro, volle credere alla matrice nazionalista, che Peruggia usò solo dopo l’arresto. La sua reputazione d’eroe in Italia dura ancora, perché gli italiani tendono ad ignorare che re Francesco I acquistò la Gioconda pagandola una fortuna e che questa non fu bottino di guerra di Napoleone. Il dipinto fu consegnato all’ambasciatore francese il 21 dicembre 1913 e tornò trionfalmente a Parigi, dove venne ricollocato al Louvre il 4 gennaio 1914. Va rilevato che la stessa cortesia non fu mai estesa dal governo francese all’Italia per quanto riguarda i piccoli ma deliziosi codici di Leonardo tuttora conservati a Parigi, dopo essere stati rubati nel 1796 da un altro celebre ladro di origini italiane, Napoleone Bonaparte. Alfredo Geri incassò i ventiquattromila franchi di taglia offerti da Les Amis du Louvre e fu nominato cavaliere della Legion d’Onore, ma questo non gli bastò: poco nobilmente, intentò causa contro il governo francese, chiedendo il dieci per cento del valore del dipinto, ma la perse. Vincenzo Peruggia, dopo la scarcerazione, combatté nella Prima guerra mondiale e poi, nuovamente disoccupato, ritornò in Francia, e per sbarcare il lunario vendeva cartoline della Gioconda con la sua firma sopra e andava ripetendo: “Marciranno i tetti delle case, ma tutti ricorderanno il mio nome!”. Aveva ragione e una delle cartoline con la sua firma è stata recentemente venduta su ebay per 3000 euro. Morì d’infarto a San Maur des Fossé, un sobborgo di Parigi, a quarantaquattro anni, 100 anni fa, l’8 ottobre 1925, proprio nel giorno del suo compleanno, mentre rincasava con una bottiglia di champagne e dei pasticcini per festeggiare con la moglie e la figlia. Quella sparizione durata due anni trasformò la Gioconda in un’icona a livello mondiale.
Vincenzo Peruggia a processo per il furto della Gioconda
(Giorgio Sartori) Dopo il convegno tenutosi nel Chiostro della Basilica di San Zeno, martedi 14 ottobre, sulla famiglia, ho fatto una una riflessione sul futuro delle future famiglie nel contesto di Verona e Provincia.
È fuor di dubbio che il nostro territorio gode di ricchezza, lo si vede, lo si percepisce, ma stante una recente indagine pubblicata sui media locali, nella nostra Provincia le retribuzioni sono le più basse del Veneto. Questo mi porta a pensare, semplicisticamente, che il tenore di vita dei cittadini veronesi è rinforzato dal drenaggio dei risparmi delle famiglie originarie.
E non vedo un orizzonte diverso stante la perdita che ha interessato Verona, negli ultimi anni, di realtà importanti che producevano valore aggiunto e retribuzioni di tutto rispetto. In Verona e provincia si stanno privilegiando attività di servizi, in particolare la logistica, che utilizzano, per la stragrande maggioranza dei collaboratori, le cooperative che, com’è noto, offrono retribuzioni povere che non producono ricchezza sul territorio e che genereranno futuri pensionati poveri.
Il gelo demografico rende il futuro incerto
Una testimonianza delle difficoltà di far quadrare il conto famigliare è il successo che stanno avendo i discount o il primo prezzo dei supermercati del settore alimentare che, a modo loro, svolgono un ruolo di assistenza sociale. Corrobora, in parte, questo neopauperismo retributivo il settore del turismo che applica contratti collettivi con retribuzioni migliori che, spesso, vengono integrate dai cosiddetti accordi individuali.
Questo scenario, se non muterà, porterà a peggiorare il gelo demografico e comporterà, nel prossimo futuro, grossi problemi per i giovani, ma anche per gli anziani, i cui costi sociali incideranno sui bilanci degli Enti pubblici.
L’ inversione di rotta, prima di andare a sbattere, transita a mio avviso nello stimolare la collocazione nel nostro territorio di imprese ad alto valore aggiunto. Altrimenti i Giovani prenderanno il trolley ed andranno in altri Paesi dove le retribuzioni permettono e le future pensioni permetteranno una vita dignitosa.
( p.d.) L’autonomia, il federalismo, l’indipendentismo sono stati gli elementi fondanti della Lega quando è nata ed è andata affermandosi dagli anni ‘80 in poi. Con qualche distinguo: più identitaria e culturale la Liga Veneta, prima a nascere. Più centrata sulla rivendicazione economico-fiscale la Lega Lombarda.
Umberto Bossi
Miglio l’ideologo che aveva ipotizzato una riforma per un’Italia federale divisa in 3 cantoni. Bossi il ‘lìder maximo’ che su questa linea primigenia s’era spinto fino a chiedere l’indipendenza della Padania, assunta anche come nome dei gruppi parlamentari.
Poi il tracollo. Il ‘cerchio magico’, il Trota, l’inchiesta giudiziaria sui finanziamenti. La Lega crolla ai m minimi storici nel consenso.
Salvini, Tosato, Fontana
Arriva Salvini che la fa rinascere. E, annusata l’aria che cambiava, compie anche la sua mutazione da partito macroregionale a partito nazionale. Grave l’errore di andare al governo con i grillini, riparato in qualche modo, ma a prezzo di un calo della credibilità. E dei voti.
Intanto i Fratelli d’Italia crescono. La Lega diventa sempre più sovranista e identitaria andando a coprire lo spazio lasciato a destra dalla Meloni che si è spostata verso il centro.
La Lega oggi
E arriviamo ai giorni nostri, con il generale Vannacci che salva la Lega con mezzo milione di voti suoi e che monta sul Carroccio come vice-Salvini.
Nel frattempo quella parte del partito legata alle istanze autonomiste che non si sente ‘di destra’ mugugna. Specie in Veneto, culla della Liga, dove Zaia, padre della battaglia per l’Autonomia differenziata e rivale di Salvini, perde quota dopo essere stato impallinato nella sua richiesta di restare governatore a dispetto della legge elettorale e della logica.
A poche settimane dalle regionali del Veneto la Lega è divisa fra la componente venetista e autonomista, in qualche modo rappresentata da Zaia e quella identitaria e sovranista che fa capo a Salvini, Fontana e Vannacci.
Valdegamberi e Vannacci
Ma è la componente autonomista destinata a soccombere. Non perché Zaia ha perso, ma perché è cambiato contesto storico. L’interesse per l’autonomia o il federalismo più in generale riguardano l’assetto interno dello stato. Ma il presupposto è che ci sia una situazione internazionale consolidata e tranquilla. Com’era quando la Lega, cavalcando questi temi, si affermò.
Ma se, come accade oggi, il futuro è incerto, la guerra torna ad essere una possibilità e addirittura incombe la minaccia di un conflitto nucleare la gente è attenta a ben altro che all’autonomia.
Per questo è fatale che a prevalere sia la linea Salvini-Fontana-Vannacci. Anche in Veneto.
(Angelo Paratico). Il nostro giornale L’Adige, ha appena portato la sua redazione in via Calderara, una traversa di Corso Milano. Siamo fieri di trovarci in una via intitolata a un grande veronese:. Mario Calderara (Verona, 10 ottobre 1879 – Roma, 18 marzo 1944) che fu un pioniere dell’aviazione mondiale. Fu il primo italiano a conseguire un brevetto di volo nel 1909 e a costruire il primo idrovolante italiano, nel 1911.
Figlio del generale degli alpini Marco Calderara e di Eleonora Tantini, fin da bambino fu attirato dal mare e dalla navigazione. Nel 1898 fu ammesso all’Accademia Navale di Livorno, e poi promosso guardiamarina nel 1901. Era fortemente attratto dalla possibilità dell’uomo di volare, cosa che in quegli anni cominciava a concretizzarsi.
Sono di quel periodo, infatti, i primi successi di Otto Lilienthal e dei fratelli Wright, i quali ebbero un’intensa corrispondenza con il nostro Calderara. Nel 1905 seppe del successo del primo volo con un aereo. Con le informazioni avute dai fratelli Wright, nel 1907 iniziò i primi esperimenti di volo nel golfo della Spezia. Nel corso degli esperimenti con un biplano trascinato da una nave, raggiunse un’altitudine di oltre quindici metri.
Nel 1908, a seguito di una visita a Roma del pilota Léon Delagrange, Calderara conobbe il costruttore francese Gabriel Voisin. Per poter lavorare con lui chiese ed ottenne una licenza di sei mesi, si trasferì in Francia, ad Issy-les-Moulineaux nel luglio dello stesso anno e collaborò con Voisin come progettista. Grazie al contributo economico di Ambroise Goupy progettò e costruì il Calderara Goupy, un aereo innovativo, biplano, ad elica traente, che volò con successo a Buc l’11 marzo 1909. Fu in quei mesi, a Le Mans, che Calderara conobbe Wilbur Wright invitato in Francia con il suo Flyer.
L’aereo dei fratelli Wright era in grado di compiere voli di oltre 60 minuti, a differenza di quanto riuscivano a volare gli aerei fino allora costruiti da Louis Blériot, Gabriel Voisin o Henri Farman. L’Aero Club d’Italia, di concerto con il maggiore Maurizio Mario Moris, invitò Wright a Roma. Nel mese di aprile del 1909 diede alcune lezioni di volo con il suo aereo a Mario Calderara, in quello che diventerà l’aeroporto di Centocelle. Nel settembre del 1909, in seguito ai trionfi di Calderara sul circuito di Brescia, gli organizzati dall’Aero Club d’Italia gli assegnarono il brevetto di pilota n° 1. Nel 1911 progettò e costruì un suo idrovolante, il più grande del mondo a quel tempo, che si alzò in volo nella primavera del 1912 nel golfo della Spezia trasportando tre passeggeri oltre al pilota.
Dal 1917 al 1919 gli fu assegnato il comando di una nuova scuola per piloti di idrovolanti della marina statunitense. Le capacità del Capitano di Corvetta Calderara furono riconosciute dalla U.S. Navy che gli conferì la “American Navy Cross”. Dal 1923 al 1925 fu nominato addetto aeronautico presso l’Ambasciata Italiana a Washington. Successivamente, lasciata la Regia Marina dopo aver raggiunto il grado di capitano di fregata, si trasferì a Parigi, avviando con successo un’attività commerciale nel settore aeronautico. Nel 1939 Calderara si trasferì in Italia. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale, la casa acquistata nei dintorni di Parigi gli fu espropriata e la famiglia dovette affrontare molte difficoltà finanziarie. Il 18 marzo 1944, Mario Calderara morì, nel suo letto, per un malore improvviso.
Il primo volo di Gabriele d’Annunzio
Il Vate non riuscì mai a ottenere il brevetto di volo e dovette sempre accontentarsi di volare come passeggero. Il suo primo volo lo fece con il Tenente Mario Calderara, che aveva già conosciuto a Roma sulle piste di Centocelle. A Montichiari il 12 settembre 1909 Gabriele d’Annunzio e Mario Calderara si alzarono in volo. Tutti gli spettatori guardano verso l’alto e seguirono nel cielo il volo di quella macchina magnifica. Quando saltò a terra D’Annunzio era contentissimo e disse: “È una cosa divina. Non penserò che a volare ancora”. Nel 1912 scoppierà la guerra fra l’Italia e la Turchia e gli italiani furono i primi a impiegare aerei per bombardare le linee turche, facendo cadere manualmente delle granate. Da quell’ambiente uscì Giulio Douhet, uno dei massimi esperti mondiali di guerra aerea, i cui libri vengono ancora letti nelle accademie aeronautiche di tutto il mondo.
( p.d.) Sigfrido Ranucci può piacere o no. Ma il suo giornalismo d’inchiesta è indubbiamente una voce libera nell’ambito del sistema televisivo. Voce libera che può essere scomoda. E che può anche sbagliare, com’è umano che sia.
Ma le bombe che hanno fatto esplodere davanti a casa sua sono un attentato alla libertà di stampa.
Il suo giornalismo ha dato fastidio a molti, tanto che in questi anni ha fatto collezione di querele. Ma tante volte ha fatto emergere ingiustizie ed illegalità. E questo evidentemente ha dato fastidio.
La solidarietà, a prescindere dal posizionamento politico, diventa un fatto spontaneo e dovuto. Specie da parte di un giornale, L’Adige, nato per essere una voce libera, non condizionabile. Preoccupa che oggi in Italia dire o scrivere delle cose che non sono gradite a qualcuno possa diventare pericoloso.
Ranucci dà fastidio a qualcuno
Ma non è solo questione di bombe.
Ci sono altre forme, sottili, meno percepibili dall’opinione pubblica, ma nondimeno reali e pericolose, per condizionare la stampa.
Che invece dev’essere riconosciuta come un presidio di libertà, specie in un momento storico in cui il far-west mediatico dei social sta trasformando la libertà di espressione in licenza. Il fatto che sul web ognuno possa dire quel che vuole dovrebbe far capire a tutti quanto invece è importante che l’informazione venga gestita da dei professionisti secondo regole e leggi ben precise.
L’attentato a Ranucci e alla sua famiglia deve far comprendere a tutti, ma soprattutto al legislatore, quanto sia necessario che lo Stato s’impegni sempre di più per tutelare e sostenere la libertà di stampa .