(Gianni Schicchi) Dopo 15 anni torna al Filarmonico Falstaff di Verdi, terza opera nel cartellone della stagione operistica della Fondazione Arena e ultimo capitolo del connubio Verdi-Shakespeare. 

Lo spettacolo è firmato da Jacopo Spirei, con le scene di Nikolaus Webern, i costumi di Sylvia Aymonino e le luci di Fiammetta Baldiserri, creato nel 2017 per il Teatro Regio di Parma, ma in nove anni sembra non aver perso quella freschezza e quella brillantezza che gli furono riconosciute al momento del debutto. La scena di apertura non viene nascosta dal solito sipario, ma da una gigantesca bandiera inglese, quell’ Union Jack che si alza parzialmente per mostrare dapprima l’Osteria della Giarrettiera, ma poi completamente per trasportare il pubblico tra le mura della casa di Mrs. Alice Ford.

Il Falstaff di Jacopo Spirei è ambientato in un Regno Unito dei nostri giorni con l’intento di sottolineare tutti gli aspetti grotteschi e amorosi dell’opera verdiana, tra cellulari, selfie a ripetizione, occhiali da sole, impermeabili e abbigliamenti sportivi (Fenton indossa persino un kilt scozzese), talvolta anche di incerto gusto, ma tenacemente british. Tutti elementi che non disturbano, anzi impreziosiscono la scena con una lettura chiara e di grande effetto, supportata dalle belle scene di Nikolaus Webern.

L’Osteria della Giarrettiera è uno spazio angusto, chiuso, regno di Sir John e dei suoi sodali: tutto in un colore marrone scuro, mentre l’abitazione di Ford e Alice è uno spaccato molto borghese, curato nei minimi dettagli e aperto da ogni lato, su cui si innesta una piccola piazza di Windsor.

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Nel finale, la casa dei Ford rimane in scena, incastonata tra gli alberi della foresta di Windsor, immersa in nebbie e luci notturne. La celebre quercia di Herne per pochi secondi illumina di riflessi verdi persino il lampadario centrale del Filarmonico. Ế un bel colpo di Spirei che poi non lascia mai gli interpreti a loro stessi: ogni gesto e ogni espressione sono pensati e resi con cura. In questo senso, la burla notturna è un momento di vero teatro, un vortice perfettamente orchestrato tra solisti, coro e comparse, concepita da una regia convincente per coerenza e invenzione visiva. 

Altrettanto riuscita ci è sembrata la componente musicale, con un Giuseppe Grazioli che ha ben saputo rispondere alla raffinatezza strumentale così generosamente profusa da Verdi, particolarmente nel bosco di Windsor, sottolineando al meglio sia gli aspetti comici che patetici dell’opera verdiana, guidando l’orchestra areniana ad un’ottima prova.

Di prim’ordine il cast, a cominciare dal settore femminile, vero motore dell’opera, che riesce a delineare, sia vocalmente che scenicamente, i rispettivi caratteri, dando vita anche a quartetti di grande precisione e compattezza. 

Marta Mari disegna un’eccellente Mrs. Alice, seducente e spigliata, con accenti giusti, acuti precisi ed un ottimo fraseggio, restituendone in pieno il carattere di annoiata benestante che tra il serio e il faceto vuole solo vendicarsi. Perfetto contraltare è la Mrs. Meg Page di Marianna Mappa, col suo timbro da mezzo soprano omogeneo e ricco, che riesce a rendere perfettamente il personaggio pure sul piano scenico. 

Applauditissima Anna Maria Chiuri, piccante Mrs. QuicklySe nella recitazione dà il meglio di sé (i suoi “reverenza” e “povera donna” nei duetti con Falstaff sono perfettamente centrati), vocalmente sfoggia un registro grave corposo e centrato. La Nannetta di Vittoriana De Amicis offre da par suo uno spaccato di rara grazia, tutta intrisa di fresca passione giovanile. Il timbro limpidissimo, i filati e gli acuti lunghissimi culminano al termine del duetto con Fenton in un “Anzi rinnova, come fa la luna…” davvero incantevole.

Se le voci femminili tendono più ad un canto lirico, quelle maschili guardano piuttosto ad un canto di conversazione e di declamato. Marco Filippo Romano, debuttante nel ruolo, è un Falstaff che conquista per una vocalità importante e per una identificazione col personaggio che sortisce in esiti credibili ed efficienti, in particolare nel monologo che apre il terz’atto (“Mondo ladro. Mondo rubaldo”). Un John Falstaff un po’ plebeo, ma capace però di alternare calibrati falsetti a declamati incisivi e con un registro grave ben proiettato nelle virate. 

Luca Micheletti, mostra un Ford solido in ogni inflessione vocale e drammatica, dal ripiegamento grottesco ai fremiti più acuti e tormentosi della gelosia. Come contrappunto a Falstaff convince nell’evoluzione da padre-padrone, a marito lucido e rispettoso dei desideri della figlia Nannetta. Marco Ciaponi, tenore dal timbro cristallino e con una capacità naturale di salire all’acuto, restituisce un eccezionale Fenton, perfettamente complementare alla sua Nannetta. Infine Matteo Macchioni diverte nei panni di Bardolfo, con una voce tenorile squillante e penetrante, mentre il Pistola di Mariano Buccino gli è degno corrispettivo nel saper trovare i giusti accenti.  Corretto, sebbene poco sonoro, il Dottor Cajus di Blagoj Nacoski. Ottimo il Coro areniano istruito da Roberto Gabbiani che dà il meglio nel fugato conclusivo. Teatro molto affollato, con un solo intervallo che ha permesso di contenere l’opera in due ore e trenta. Spettacolo gustoso e brillante salutato al termine da vivi applausi per tutti gli interpreti. Le prossime recite: mercoledì 25 (ore 19), venerdì 27 (ore 20), domenica 29 marzo (ore 15.30).