Il consigliere regionale Stefano Valdegamberi sarà chiamato a comparire davanti a un giudice il prossimo 4 dicembre. L’esponente politico spiega di essere finito sotto processo per alcune affermazioni pubblicate in un post, riferite a episodi che, a suo dire, “avrebbero ostacolato lo svolgimento di eventi culturali”.
“Due volte, in due occasioni diverse, la presentazione di un libro – regolarmente prenotata e pagata – è stata annullata dai gestori delle sale, evidentemente sottoposti a pressioni e minacce, al limite dell’estorsione psicologica, affinché rinunciassero all’evento”, afferma Valdegamberi, che in quella circostanza aveva parlato di “metodi mafiosi” come definizione politica, non giuridica.
Secondo il consigliere, il paradosso starebbe nel fatto che “invece di vedere tutelata la libertà d’espressione, mi ritrovo sul banco degli imputati. In questo strano Paese chi subisce violenza psicologica e boicottaggi viene trascinato in Tribunale, mentre chi urla, disturba, impedisce lo svolgimento di eventi pubblici e va in giro per la città in condizioni che rasentano l’oltraggio al pudore, passa impunito sotto gli occhi delle forze dell’ordine”.
Valdegamberi cita anche l’episodio dell’ultima presentazione del libro del generale Vannacci a Tregnago, ricordando come uno dei suoi contestatori “pochi giorni dopo sfilava per le vie della città quasi completamente nudo, senza che nessuno ritenesse di intervenire”.
Da qui la domanda provocatoria: “Se un normale cittadino si presentasse così in Piazza Bra o in Via Mazzini, verrebbe forse fermato? Perché allora in certi casi si fa finta di nulla? Due pesi e due misure? La legge è uguale per tutti o esistono sacche di privilegio per chi grida ‘diritti’ senza conoscere il significato del rispetto e della convivenza civile?”.
Il consigliere ribadisce di non aver mai impedito ad altri di esprimere opinioni diverse dalle sue e conclude: “Oggi più che mai è necessario riaffermare con forza un principio fondamentale della nostra democrazia: la libertà di pensiero e di opinione non si tocca. Se esprimere un giudizio motivato e civile diventa un reato, allora siamo tutti meno liberi”.
